mercoledì 4 novembre 2015

Una scuola va in Finlandia!!!!!!!!

"Una scuola" va in Finlandia: A Vision of School alla terza Conferenza internazionale sull'educazione creativa.
16th - 19th November 2015 - Tampere Finland

Se passate da Tampere in Finlandia il 18 novembre nel pomeriggio non perdete la presentazione di Francesca Antonacci e Monica Guerra sul progetto di "Una scuola"!

sabato 10 ottobre 2015

mercoledì 29 luglio 2015

La scuola nel bosco

La scuola nel bosco è realtà anche in Italia.
"Partirà a settembre ad Ostia Antica (Roma) la prima scuola primaria italiana che si ispirerà ai principi pedagogici delle scuole nel bosco" come si legge in questo  articolo.

E finalmente anche qui possiamo pensare a realtà in cui approfondire, studiare e  vivere un modo di educare con la natura e nella natura, come nella summer school di Bambini e Natura

venerdì 24 luglio 2015

La prigione e la scuola

"Ai bambini la scuola non piace perché è - oso dirlo - una prigione. Ai bambini la scuola non piace perché, come ogni essere umano, anche loro bramano la libertà, e a scuola non sono liberi. [...] A scuola, così come nelle carceri per adulti, i reclusi sono tenuti a fare quanto gli viene detto e sono puniti se non lo fanno. In realtà gli scolari devono fare quanto gli viene detto per più tempo dei detenuti. Un'altra differenza, naturalmente, è che mettiamo gli adulti in prigione perché hanno commesso un crimine mentre i bambini li mettiamo a scuola per via della loro età ".
Peter Gray, Lasciateli giocare, Einaudi, Torino, p. 60-1.

mercoledì 15 luglio 2015

Manifesto per Una scuola


L’esperienza in ambito pedagogico e didattico a contatto con la scuola e gli insegnanti indica con forza come non si possano più ignorare le domande di ripensamento dell'attuale, perché la scuola possa continuare a rispondere al suo mandato formativo e trasformativo dell'esistente. Il nostro manifesto per Una scuola attraversa alcuni snodi a nostro parere irrinunciabili per una scuola che intenda confermare e far evolvere le proprie funzioni.

Manifesto per Una scuola

martedì 14 luglio 2015

Fare scuola

Oggi la questione di quale sia il valore dell’andare a scuola è contemporaneamente forte e nuova. E lo è tanto più quanto più accessibili sono le informazioni che contribuiscono a costruire quella che chiamiamo conoscenza: se connettendomi ad un pc o, per un nativo digitale, ancor meglio ad un tablet posso reperire tutte le informazioni che voglio o di cui ho bisogno, perché andare a scuola? E poi perché andarci se lì quelle stesse informazioni mi vengono messe a disposizione con maggior tempo e minor piacere? E in più neppure quelle che mi attraggono, ma quelle che qualcun altro ha deciso essere rilevanti per me?
Ovviamente ci stiamo provocando, ma le molte forme di educazione alternativa che vediamo sorgere e diffondersi, dall’homeschooling all’unscholling per citarne alcune, non possono non interrogarci ed interrogare, chiamandoci a pensare a quale può essere oggi sia il senso sia il modo per cui andare a scuola ha ancora ragione (e per noi, sia chiaro, ne ha).
Il senso deve trovarsi per forza in un valore aggiunto, dato dalla possibilità non solo di rendere accessibile per tutti la cultura disponibile, che è e resta uno degli obiettivi della diffusione della scolarità, ma anche (per noi molto) di permettere di sperimentare forme di apprendimento in dialogo con gli altri, in linea con una prospettiva della conoscenza che si co-costruisce nel rapporto tra individui e tra questi e il proprio ambiente: questo allora deve essere un primo impegno della scuola, che non può considerare opzionale il lavoro di gruppo, ma farne un punto di forza e una priorità.
Il modo deve stare in continuità con quelli che oggi sappiamo essere i modi con cui gli individui apprendono, modi che somigliano molto a quelli della ricerca adulta, contemplando interessi e dunque motivazioni, partendo da domande autentiche, rispettando le differenti inclinazioni, consentendo di esplorare con i propri tempi, valorizzando la portata dei tentativi e degli errori.
Allora, senza che glielo si chieda, i bambini apriranno i loro quaderni, sfodereranno le loro matite e coltiveranno naturalmente la propria sete di conoscenza.

venerdì 10 aprile 2015

Liberi di essere

Non è di compiti che vogliamo parlare, anche perché in questo periodo lo fanno già in molti – e per la verità, per fare qualche esempio, da ben più tempo lo ha fatto oltre confine Meirieu con il suo bel libro “I compiti a casa” (nel quale sostiene che i compiti a casa andrebbero fatti… a scuola) e dalle nostre parti Zavalloni, che in “Pedagogia della lumaca” ha raccontato con fervore di come ingiunse ad un collegio di non darli, ma soprattutto dove ne ha tematizzato il (non) senso, offrendo molte e più utili alternative. Dunque, non ne è di questo che vogliamo parlare, anche se da subito è chiaro che non crediamo ai compiti a casa, soprattutto quando sono generalizzati e giustapposti.
Vogliamo parlare di cosa i compiti sottraggono, e di cosa forse oggi sottrae la scuola. Vogliamo parlare del tempo dei bambini e dei ragazzi. E della libertà che hanno di usarlo.
Lo facciamo mentre stiamo leggendo “Lasciateli giocare”, il bellissimo libro di Peter Gray finalmente uscito proprio in questi giorni anche in Italia, nel quale l’autore, a partire da un argomentato lavoro di ricerca, evidenzia come oggi il tempo dei bambini, fuori e dentro la scuola, sia organizzato completamente dagli adulti, riducendo così drasticamente la loro possibilità (e anche la loro capacità) di giocare da soli. E di come, togliendo loro il gioco, si riduca anche la loro possibilità di esercitarsi in ciò che più amano, in quelle che sono le loro propensioni, in quello che potrebbero diventare da adulti se potessero seguire e coltivare le loro inclinazioni, liberamente.
C’è un assunto di base, lungo tutto il suo ragionamento, un assunto anch’esso non nuovo, che discende dai molti movimenti di scuole alternative che ormai da decenni, e in questi ultimi anni con più vigore, mettono in discussione i sistemi scolastici tradizionali. E l’assunto è che la scuola dovrebbe saper davvero cogliere le diverse inclinazioni, rispettarle, anzi sostenerle e permettere loro di evolvere.
La scuola, aggiungiamo noi e sempre in buona compagnia, se si pensa all’ormai famosissimo discorso di Ken Robinson sui paradigmi dell’educazione, dovrebbe offrire opportunità per esercitare il pensiero divergente, non limitate alla risoluzione di un problema matematico (quando va bene e vengono accolti procedimenti alternativi a quelli insegnati), ma generalizzate ad ogni momento: nella discussione, nelle scelte rese possibili, nella libertà offerta di fare quel che si ritiene più utile e più vicino a sé.
Ci sono esempi di scuole che lavorano così, lo sappiamo bene, ma sono sempre troppo poche e ancora troppo circoscritte. Qui stiamo parlando della possibilità generalizzata, universale, di scuole per tutti, nelle quali tutti possano sperimentare l’esercizio della libertà di scegliere, essere, costruire passo dopo passo il proprio divenire adulti. Ogni bambino messo nella condizione di provarlo, non nel vuoto, ma in luogo pensato per lui e con accanto adulti capaci di accompagnarlo, ci riesce. E, riuscendoci, cresce come individuo libero, pensante, critico, creativo e, più di tutto, responsabile, per sé e per gli altri. Che poi è quello di cui il mondo oggi ha più bisogno.

lunedì 2 marzo 2015

Accendiamo, non riempiamo, la scuola

I giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere, Quintiliano -
Institutio oratoria

martedì 3 febbraio 2015

"Le due scuole"

Al mondo ci sono due tipi di scuole. In uno si insegnano tutte le cose vere: chi ha veramente fondato Roma, qual è veramente la montagna più alta del mondo, chi vive veramente sott’acqua. Nell’altro, invece si insegnano tutte le cose false: che Roma l’ha fondata Remo o Numa Pompilio, e che sott’acqua ci stanno draghi e sirene.
Fra i due tipi di scuole c’é una bella differenza. Di verità ce n’è una sola: se è vero che Romolo ha fondato Roma, non può esser vero che l’ha fondata nessun altro. Quindi i bambini che vanno a questo tipo di scuola imparano tutti le stesse cose, e quando le hanno imparate passano il tempo a ripeterle: «Roma è stata fondata da Romolo», «Sott’acqua ci vivono i pesci» eccetera eccetera. In ogni momento dell’anno, se entrate in una scuola così ci trovate tutti i bambini che ripetono la stessa cosa, per esempio che Roma è stata fondata da Romolo. Se uno sgarra e dice che Roma l’ha fondata qualcun altro, gli danno dell’asino. Perchè in queste scuole si insegna la verità, e di verità ce n’è una sola.
A lungo andare, anche i bambini che vanno a queste scuole diventano tutti uguali: hanno tutti un grembiulino bianco, i capelli rossi e neri e gli occhi gialli e blu, e mangiano tutti il gelato alla crema di ribes. Quando crescono, vogliono tutti una macchina grande grande, con dentro il telefono e il frigorifero e la lavatrice.
L’altro tipo di scuola è molto diverso. Siccome per ogni cosa vera ci sono infinite cose false, ogni scuola di questo tipo insegna ai bambini cose diverse, anzi ogni bambino in una scuola così impara cose diverse dagli altri. Uno impara che Roma l’ha fondata Remo, un altro che l’ha fondata Numa Pompilio e un altro ancora che l’ha fondata suo zio Gustavo, che tanto non ha mai niente da fare. Se entrate in una scuola così ci trovate un gran pandemonio, con tutti i bambini che raccontano storie diverse e nessuno può dire a un altro che ha torto perchè tanto hanno torto tutti e lo sanno in partenza. E i bambini, anche, sono diversi: uno ha gli occhi verdi e un altro bianchi, uno ha il naso davanti e un altro dietro, uno porta il grembiule e un altro lo scafandro. Quando crescono, uno vuole una macchina con dentro il frigorifero e un altro un frigorifero con dentro la macchina, uno va in giro con il vestito e la cravatta e un altro senza cravatta e senza vestito.
Il problema adesso è: quale di queste è una scuola davvero?

In Ermanno Bencivenga, La filosofia in trentadue favole, Mondadori, Milano, 1991

lunedì 5 gennaio 2015

Fondamenti 10: pluralità e spirituailità

Una scuola è il luogo ideale per l'esercizio della divergenza e della differenza. Non attraverso progetti momentanei, nè attraverso visioni pacificate ed edulcorate, ma nella pratica quotidiana e costante di una pluralità di lingue, culture, pensieri che possano mostrare le loro congiunzioni come le loro distanze. Ogni occasione per mettere in dialogo con ciò che appare diverso da sé viene colta, per poterne discutere, per poterlo conoscere. Perché ciò che si conosce non è più vissuto come pericoloso.
Coerentemente, la scuola che immaginiamo non prevede ore dedicate all'insegnamento della religione, ma la possibilità di fare posto ai diversi credo, e soprattutto spazio e tempo sono dedicati alla possibilità da parte di ciascuno di coltivare la propria spiritualità, come individuo in dialogo con gli altri individui e con le energie che abitano il mondo, oltre che con le parti più profonde di sé.