venerdì 10 aprile 2015

Liberi di essere

Non è di compiti che vogliamo parlare, anche perché in questo periodo lo fanno già in molti – e per la verità, per fare qualche esempio, da ben più tempo lo ha fatto oltre confine Meirieu con il suo bel libro “I compiti a casa” (nel quale sostiene che i compiti a casa andrebbero fatti… a scuola) e dalle nostre parti Zavalloni, che in “Pedagogia della lumaca” ha raccontato con fervore di come ingiunse ad un collegio di non darli, ma soprattutto dove ne ha tematizzato il (non) senso, offrendo molte e più utili alternative. Dunque, non ne è di questo che vogliamo parlare, anche se da subito è chiaro che non crediamo ai compiti a casa, soprattutto quando sono generalizzati e giustapposti.
Vogliamo parlare di cosa i compiti sottraggono, e di cosa forse oggi sottrae la scuola. Vogliamo parlare del tempo dei bambini e dei ragazzi. E della libertà che hanno di usarlo.
Lo facciamo mentre stiamo leggendo “Lasciateli giocare”, il bellissimo libro di Peter Gray finalmente uscito proprio in questi giorni anche in Italia, nel quale l’autore, a partire da un argomentato lavoro di ricerca, evidenzia come oggi il tempo dei bambini, fuori e dentro la scuola, sia organizzato completamente dagli adulti, riducendo così drasticamente la loro possibilità (e anche la loro capacità) di giocare da soli. E di come, togliendo loro il gioco, si riduca anche la loro possibilità di esercitarsi in ciò che più amano, in quelle che sono le loro propensioni, in quello che potrebbero diventare da adulti se potessero seguire e coltivare le loro inclinazioni, liberamente.
C’è un assunto di base, lungo tutto il suo ragionamento, un assunto anch’esso non nuovo, che discende dai molti movimenti di scuole alternative che ormai da decenni, e in questi ultimi anni con più vigore, mettono in discussione i sistemi scolastici tradizionali. E l’assunto è che la scuola dovrebbe saper davvero cogliere le diverse inclinazioni, rispettarle, anzi sostenerle e permettere loro di evolvere.
La scuola, aggiungiamo noi e sempre in buona compagnia, se si pensa all’ormai famosissimo discorso di Ken Robinson sui paradigmi dell’educazione, dovrebbe offrire opportunità per esercitare il pensiero divergente, non limitate alla risoluzione di un problema matematico (quando va bene e vengono accolti procedimenti alternativi a quelli insegnati), ma generalizzate ad ogni momento: nella discussione, nelle scelte rese possibili, nella libertà offerta di fare quel che si ritiene più utile e più vicino a sé.
Ci sono esempi di scuole che lavorano così, lo sappiamo bene, ma sono sempre troppo poche e ancora troppo circoscritte. Qui stiamo parlando della possibilità generalizzata, universale, di scuole per tutti, nelle quali tutti possano sperimentare l’esercizio della libertà di scegliere, essere, costruire passo dopo passo il proprio divenire adulti. Ogni bambino messo nella condizione di provarlo, non nel vuoto, ma in luogo pensato per lui e con accanto adulti capaci di accompagnarlo, ci riesce. E, riuscendoci, cresce come individuo libero, pensante, critico, creativo e, più di tutto, responsabile, per sé e per gli altri. Che poi è quello di cui il mondo oggi ha più bisogno.

lunedì 2 marzo 2015

Accendiamo, non riempiamo, la scuola

I giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere, Quintiliano -
Institutio oratoria

martedì 3 febbraio 2015

"Le due scuole"

Al mondo ci sono due tipi di scuole. In uno si insegnano tutte le cose vere: chi ha veramente fondato Roma, qual è veramente la montagna più alta del mondo, chi vive veramente sott’acqua. Nell’altro, invece si insegnano tutte le cose false: che Roma l’ha fondata Remo o Numa Pompilio, e che sott’acqua ci stanno draghi e sirene.
Fra i due tipi di scuole c’é una bella differenza. Di verità ce n’è una sola: se è vero che Romolo ha fondato Roma, non può esser vero che l’ha fondata nessun altro. Quindi i bambini che vanno a questo tipo di scuola imparano tutti le stesse cose, e quando le hanno imparate passano il tempo a ripeterle: «Roma è stata fondata da Romolo», «Sott’acqua ci vivono i pesci» eccetera eccetera. In ogni momento dell’anno, se entrate in una scuola così ci trovate tutti i bambini che ripetono la stessa cosa, per esempio che Roma è stata fondata da Romolo. Se uno sgarra e dice che Roma l’ha fondata qualcun altro, gli danno dell’asino. Perchè in queste scuole si insegna la verità, e di verità ce n’è una sola.
A lungo andare, anche i bambini che vanno a queste scuole diventano tutti uguali: hanno tutti un grembiulino bianco, i capelli rossi e neri e gli occhi gialli e blu, e mangiano tutti il gelato alla crema di ribes. Quando crescono, vogliono tutti una macchina grande grande, con dentro il telefono e il frigorifero e la lavatrice.
L’altro tipo di scuola è molto diverso. Siccome per ogni cosa vera ci sono infinite cose false, ogni scuola di questo tipo insegna ai bambini cose diverse, anzi ogni bambino in una scuola così impara cose diverse dagli altri. Uno impara che Roma l’ha fondata Remo, un altro che l’ha fondata Numa Pompilio e un altro ancora che l’ha fondata suo zio Gustavo, che tanto non ha mai niente da fare. Se entrate in una scuola così ci trovate un gran pandemonio, con tutti i bambini che raccontano storie diverse e nessuno può dire a un altro che ha torto perchè tanto hanno torto tutti e lo sanno in partenza. E i bambini, anche, sono diversi: uno ha gli occhi verdi e un altro bianchi, uno ha il naso davanti e un altro dietro, uno porta il grembiule e un altro lo scafandro. Quando crescono, uno vuole una macchina con dentro il frigorifero e un altro un frigorifero con dentro la macchina, uno va in giro con il vestito e la cravatta e un altro senza cravatta e senza vestito.
Il problema adesso è: quale di queste è una scuola davvero?

In Ermanno Bencivenga, La filosofia in trentadue favole, Mondadori, Milano, 1991

lunedì 5 gennaio 2015

Fondamenti 10: pluralità e spirituailità

Una scuola è il luogo ideale per l'esercizio della divergenza e della differenza. Non attraverso progetti momentanei, nè attraverso visioni pacificate ed edulcorate, ma nella pratica quotidiana e costante di una pluralità di lingue, culture, pensieri che possano mostrare le loro congiunzioni come le loro distanze. Ogni occasione per mettere in dialogo con ciò che appare diverso da sé viene colta, per poterne discutere, per poterlo conoscere. Perché ciò che si conosce non è più vissuto come pericoloso.
Coerentemente, la scuola che immaginiamo non prevede ore dedicate all'insegnamento della religione, ma la possibilità di fare posto ai diversi credo, e soprattutto spazio e tempo sono dedicati alla possibilità da parte di ciascuno di coltivare la propria spiritualità, come individuo in dialogo con gli altri individui e con le energie che abitano il mondo, oltre che con le parti più profonde di sé.

lunedì 1 dicembre 2014

Fondamenti 9: la Natura e il mondo

La scuola che vogliamo è aperta al mondo, dunque in dialogo con l'esterno nella sua dimensione sia ambientale che sociale.
Qui bambini e ragazzi hanno la possibilità di riconoscersi come parte di quella Natura cui appartengono. Qui la sostenibilità è un valore da praticare, nel rapporto quotidiano con l’ambiente a partire dal quale può nascere il rispetto per il mondo che solo la conoscenza e la familiarità possono dare. Qui, a contatto con un contesto che pone naturalmente questioni, si può sperimentare una didattica che interroga il mondo, nella sua intrinseca interdisciplinarità: l'esperienza in Natura contiene simultaneamente ogni linguaggio e permette di muoversi attraverso ambiti differenti senza strappi, ma in continuità. Qui, ancora, si scopre l'appartenenza ad luogo e ad una comunità, esercitando la propria socialità spontanea, ma anche la propria responsabilità.
Per tutte queste ragioni, la Natura è maestra: il tempo all'esterno, dunque, è uguale, per importanza ma anche per quantità, a quello all'interno della scuola. Uscire non è, cioè, intervallo, pausa, diversivo, ma occasione di esperienza all'ennesima potenza, dove corpo e mente lavorano insieme, dove l'insegnante può fare un passo indietro, dove bambini e ragazzi trovano un contesto naturalmente provocante per le loro intelligenze.

lunedì 3 novembre 2014

Fondamenti 8: memoria e mnemotecnica

Nella scuola che sogniamo ci piace dare un particolare valore alla parola memoria.
Se infatti da un lato abbiamo una grande curiosità e attenzione per l'innovazione di processi e strumenti, al tempo stesso vogliamo preservare la memoria, che non è semplicemente un serbatoio di nozioni, idee o ricordi, nè una tecnica, ma un vero e proprio processo cognitivo. La memoria è conoscenza, da un lato attenta alla storia personale, alla propria biografia e al proprio processo di trasformazione tra crescita, involuzioni, voli e ritorni.
Ma è anche processo dall'altro lato di comprensione della storia nella comunità, nei gruppi, nelle società e nel mondo, è la comprensione del senso di appartenenza alla trama più ampia del vivere comune e dell'apprendere nei gruppi nei quali si vive.
La memoria deve essere anche esercizio e passione, poiché è una tecnica del cuore (imparare a memoria in altre lingue è imparare par coeur o by heart) e va alimentata. Per questo in una scuola pensiamo sia necessario recuperare l’antica arte della mnemotecnica per esercitarsi a ricordare, grazie a un lavoro che ha radici antiche. Questo è in sapere perduto e dimenticato (o quasi) che non ha nulla di meccanico o senza senso, perché si appoggia al mondo ritmico, musicale e poetico dell'arte, grazie a poemi, poesie, filastrocche, canzoni, conte e altri giochi.

lunedì 15 settembre 2014

Fondamenti 7: tecnologie per la scuola

Una scuola rivendica le radici dell'insegnare e dell'apprendere nella storia dei modelli educativi e didattici. Porsi come modello innovativo non significa rigettare la storia, ma di riprenderla per valorizzarne gli aspetti irrinunciabili e per recuperare quelli più trascurati e abbandonati.
Non si tratta di innovare per innovare, ma di rintracciare, nel passato come nel presente le tradizioni e le forme delle strutture e delle relazioni pensate per insegnare, come spazio simbolico e materiale di conservazione, rielaborazione e trasmissione della cultura nelle sue diverse forme. Ma una scuola ha lo sguardo rivolto anche al futuro perché si tiene aperta al cambiamento e sensibile alla tecnologia e ai processi di innovazione, come strumento di trasformazione del mondo che c’è in quello che sarà. In questa scuola la tecnologia si propone innanzitutto come ulteriore linguaggio intelligente a disposizione della ricerca, sempre in dialogo con i molti altri linguaggi dei soggetti. La tecnologia non si pone qui come panacea per la soluzione di problemi educativi, come in molti modelli futuristi senza radici, ma come strumento al servizio della trasformazione dei contesti, dei linguaggi e delle relazioni, con un pensiero critico e riflessivo sui problemi e i disagi che la sua rapida e irreversibile trasformazione impone in ogni contesto educativo, insinuandosi nelle maglie più strette delle relazioni tra bambini, adulti e ragazzi.